Democrazia diretta e democrazia rappresentativa.

30 giugno 2005 di admin Lascia un commento »

La vertenza che oggi vede coinvolta la federazione provinciale dei Verdi, ha dato, localmente, evidenza ai paradossi della c.d. “democrazia rappresentativa”. Ma al di là  degli aspetti tecnici della questione e delle ricadute polemiche all’interno del gruppo politico citato, su cui stanno ampiamente informandoci i media, è nella scarsa chiarezza con cui si usa il concetto di democrazia che si trova a nostro avviso uno dei nodi della questione. Se non altro intendersi sui termini, cercando di meglio definirli, è una attività  più utile di quella che porta a veti incrociati e reciproche scomuniche che troppo spesso hanno costellato la storia dei Verdi…

La vertenza che oggi vede coinvolta la federazione provinciale dei Verdi, ha dato, localmente, evidenza ai paradossi della c.d. “democrazia rappresentativa”. Ma al di là  degli aspetti tecnici della questione e delle ricadute polemiche all’interno del gruppo politico citato, su cui stanno ampiamente informandoci i media, è nella scarsa chiarezza con cui si usa il concetto di democrazia che si trova a nostro avviso uno dei nodi della questione. Se non altro intendersi sui termini, cercando di meglio definirli, è una attività  più utile di quella che porta a veti incrociati e reciproche scomuniche che troppo spesso hanno costellato la storia dei Verdi.
Contrariamente alla democrazia degli antichi, intesa come democrazia diretta, assembleare che non riconosce enti intermedi tra l’individuo e lo stato (ripresa da Rousseau) la democrazia dei moderni è pluralistica, vive sull’esistenza,la vivacità  e la molteplicità  delle società  intermedie. E’ in particolare nel secolo che decorre dall’ età  della restaurazione alla prima guerra mondiale che si affermano gli stati rappresentativi nei principali paesi europei come inevitabile adattamento del principio della sovranità  popolare alle necessità  dei grandi stati. E’ dall’Inghilterra inizio ‘800 che si estende questo movimento agli altri paesi, caratterizzandosi per l’introduzione del suffragio universale e la nascita dei partiti.
Però l’ideale della democrazia diretta come l’unica vera democrazia non è mai venuto meno: spunti di democrazia diretta si trovano in Marx, nell’esperienza della Comune di Parigi del 1871, nel Lenin che, in Stato e Rivoluzione, ritiene la DEMOCRAZIA DIRETTA forma propria della futura democrazia socialista mentre la DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA forma imperfetta ed ingannevole ma l’unica possibile in uno stato di classe come quello borghese.
Comunque è attraverso l’integrazione DEMOCRAZIA DIRETTA e DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA che si realizza l’allargamento della democrazia nella società  contemporanea. Sotto il nome generico di DEMOCRAZIA DIRETTA si indicano in definitiva tutte quelle forme di partecipazione al potere che non si risolvono in una o nell’altra forma di rappresentanza.
Tornando alle tante questioni che hanno lacerato e lacerano l’esperienza politica dei Verdi il sospetto è che non si abbia chiara questa fondamentale distinzione tornando spesso nelle loro richieste una concezione di democrazia diretta pur facendo essi a pieno titolo parte della democrazia rappresentativa. Questo è particolarmente evidente nelle richieste avanzate dalla componente associazionista del partito dove i vari e pittoreschi protezionismi (cani e gatti randagi, flora e fauna particolare, comitati di tutela della salute del cittadino…) trovano voce e credito spesso rifacendosi ad una modalità  diretta di democrazia , impegnandosi in un contenzioso diretto con l’amministrazione ,portando avanti richieste che spesso non tengono conto che quest’ultima è l’espressione della delega che i cittadini fanno agli amministratori in un sistema a democrazia partecipativa.
Altro motivo di confusione e quindi di incomprensioni fra i Verdi è il modo del tutto originale, soprattutto dopo la fine dell’esperienza politica del cosiddetto “partito degli onesti”(chi si ricorda più di Leoluca Orlando?), con cui essi considerano il rapporto fra POLITICA E MORALE. Allora vale la pena di fare un po’ di chiarezza:
ciò che è obbligatorio in morale non è detto sia obbligatorio in politica, e ciò che è lecito in politica non è detto sia lecito in morale; vi possano essere azioni morali che sono impolitiche (o apolitiche) e azioni politiche che sono immorali (o amorali). La scoperta della distinzione, attribuita, a torto o a ragione, a Machiavelli, che sostiene e difende la separazione della politica dalla morale, viene di solito trattata come problema dell’autonomia della politica. Il problema procede di pari passo con la formazione dello Stato moderno e con la sua graduale emancipazione dalla Chiesa. In realtà  ciò che si chiama autonomia della politica non è altro che il riconoscimento che il criterio in base al quale si considera buona o cattiva un’azione politica (e per azione politica s’intende un’azione che abbia o per soggetto o per oggetto la polis) è diverso dal criterio in base al quale si considera buona o cattiva un’azione morale. Mentre il criterio in base al quale si giudica un’azione come moralmente buona o cattiva è il rispetto di una norma il cui comando è considerato come categorico, indipendentemente dal risultato dell’azione (fa quel che devi e avvenga quel che può) il criterio in base al quale si giudica un’azione come politicamente buona o cattiva è puramente e semplicemente il risultato (?« fai quel che devi perché avvenga quel che vuoi ?»). I due criteri sono incommensurabili. Questa incommensurabilità  viene espressa mediante l’affermazione che in politica vale la massima ?«il fine giustifica i mezzi?». Al contrario, in morale la massima machiavellica non vale, giacché un’azione per essere giudicata moralmente buona deve essere compiuta con nessun altro fine che quello di compiere il proprio dovere.
Una delle più convincenti interpretazioni di questa contrapposizione è la distinzione weberiana fra l’ETICA della CONVINZIONE e l’ETICA della RESPONSABILITA’: ?«… v’è una differenza incolmabile tra l’agire secondo la massima dell’etica della convinzione, la quale in termini religiosi suona: “II cristiano opera da giusto e rimette l’esito nelle mani di Dio”, e l’agire secondo la massima dell’etica della responsabilità , secondo la quale bisogna rispondere delle conseguenze (prevedibili) delle proprie azioni ?» (La politica come professione, in Il lavoro intellettuale come professione, Torino, 1948, p. 142). L’universo della morale e quello della politica si muovono entro l’ambito di due sistemi etici diversi, anzi contrapposti, utilizzando principi differenti per regolare le situazioni in cui gli uomini si trovano ad agire. Di questi due universi etici sono rappresentanti due personaggi distinti che agiscono nel mondo su vie destinate quasi sempre a non incontrarsi:
– da un lato, l’UOMO di FEDE, il profeta, il pedagogo, il saggio che guarda alla città  celeste,
– dall’altro l’UOMO di STATO, il condottiero di uomini, il creatore della città  terrena.
Ciò che conta per il primo è la purezza delle intenzioni e la coerenza dell’azione all’intenzione, per il secondo la certezza e la fecondità  del risultato. La cosiddetta immoralità  della Politica si risolve a ben guardare in una morale diversa da quella del dovere per il dovere: è la morale per cui si deve fare tutto quello che è in nostro potere per realizzare lo scopo che ci siamo proposti, perché sappiamo sin dall’inizio che saremo giudicati in base al successo. Vi corrispondono DUE CONCETTI DI VIRTU’: quella classica, per cui ” virtù ” significa disposizione al bene morale (contrapposto all’utile), e quella machiavellica per cui la virtù è la capacità  del principe forte e avveduto che usando insieme della ?«volpe?» e del ?« lione ?», riesce nell’intento di mantenere e di rafforzare il proprio dominio.

Norberto Bobbio
Nando Borroni

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