L’urbanistica è morta, resta solo il cemento.

25 giugno 2007 di admin Lascia un commento »

Pubblichiamo questo interessante articolo di Sauro Turroni sull’urbanistica.

L’URBANISTICA È MORTA, RESTA SOLO IL CEMENTO

Dai primi anni 60 si sono ripetuti numerosi tentativi di riforma della legge urbanistica, la 1150/42 tutti andati a vuoto, a cominciare dal disegno di legge Sullo affossato con sullo sfondo “un tintinnio di sciabole”.

Ciò nonostante alcune leggi importanti negli anni successivi si aggiunsero, integrandola, alla legge urbanistica varata in periodo fascista, a cominciare dalla 167/62 per l’edilizia economica e popolare, ai decreti ministeriali del 68 sugli standard urbanistici, alla legge ponte, alla legge 10/77 fino alla legge 457/78 sulla casa.

Anche a livello regionale si approvarono leggi importanti, tutte volte a confermare che il governo dell’assetto delle città e del territorio era pubblico.

Erano stati introdotti nuovi strumenti utili per guidare le trasformazioni urbane, per recuperare i centri storici, per garantire spazi e servizi pubblici, per comprimere la rendita fondiaria e speculativa.

Grandi lotte popolari, avanzati movimenti e forze politico-culturali, associazioni ambientaliste agguerrite, Istituti autorevoli e prestigiosi erano protagonisti del dibattito e della iniziativa politica, nelle città si sperimentavano azioni di governo del territorio con strutture pubbliche costituite ad hoc sul modello dei paesi più avanzati.

All’inizio degli anni 80 tutto ciò fu messo in discussione, la Milano da bere, l’aggressione craxiana ai “lacci e laccioli”, il condono edilizio colpirono al cuore il riformismo urbanistico, iniziando un’opera di deregulation continua e devastante che da allora non ha subito battute d’ arresto.

Una consistente parte della sinistra, sostenendo che vi era un abusivismo di necessità, non contrastò anzi condivise il condono e giunse a portare in parlamento un sindaco comunista siciliano alfiere degli abusivi dell’isola.

Della stagione riformista qualcosa continuò a reggere tanto è vero che vennero approvate nell’85 la legge Galasso, nell’89 la legge per la difesa del suolo, nel 91 la 394 sui parchi. Nessuna di queste leggi però poteva avere in sé la forza di mettere in discussione la rendita fondiaria e il parassitismo speculativo che sempre più violentemente tornavano a determinare le scelte.

La sinistra si è adeguata velocemente e con la motivazione della semplificazione, dello snellimento delle procedure, della concertazione sono stati creati e sono diventati ordinari gli sportelli unici, le dichiarazioni di inizio attività ma soprattutto gli accordi di programma e una infinita congerie di strumenti derogatori, tutti volti ad agevolare le operazioni immobiliari e a sottrarle al controllo e alla pianificazione pubblica.

La pianificazione urbanistica e territoriale veniva assimilata a quella dei soviet e nello stesso tempo cominciavano a trovare sempre più spazio le proposte di riforma incentrate sulla perequazione, sulla urbanistica contrattata, sulla privatizzazione della urbanistica ponendo nelle mani della proprietà immobiliare le trasformazioni del territorio.

L’Istituto nazionale di Urbanistica si faceva portatore di proposte di riforma assai discutibili, facendo una inversione di 180 gradi rispetto alle rigorose posizioni riformiste mantenute per decenni.

Anche il secondo condono edilizio trovò una modesta resistenza, solo le associazioni ambientaliste, i verdi e una parte della sinistra si batterono contro il nuovo “ tana liberi tutti” mentre gli altri alleati mantennero un atteggiamento ambiguo ( per usare un eufemismo, visto che dopo la caduta del governo Berlusconi del ‘94 il relatore della legge sul condono fu un senatore del PDS).

I verdi, che sono stati protagonisti assoluti della battaglia contro il condono, sono diventati nello stesso tempo proponenti delle proposte di riforma urbanistica, di finanziamento dei piani paesaggistici, di riforma dei sistemi di autorizzazione delle trasformazioni del territorio, di recupero dei centri storici eccetera.

Tutto ciò grazie anche al sostegno straordinario fornito al nostro partito da una persona eccezionale, recentemente scomparsa, Gigi Scano, che aveva messo a disposizione dei verdi le elaborazioni di una associazione, Polis, che raggruppava al suo interno coloro che non avevano mai inteso rinunciare a combattere una battaglia civile e democratica in difesa di un territorio che altri consideravano ormai come una merce e null’altro.

E’ verde la norma per la costituzione delle società di trasformazione urbana, uno strumento innovativo per affrontare in modo moderno le trasformazioni di parti di territorio complesse, attraverso società che traevano il proprio guadagno dalla propria attività e non dalla rendita parassitaria della speculazione fondiaria.

E’ verde la norma che retribuisce con un compenso aggiuntivo i tecnici della pubblica amministrazione che fanno al suo interno attività di progettazione urbanistica allo scopo di rafforzare strutture pubbliche di pianificazione.

Sono verdi le norme, poi purtroppo modificate, che escludono i centri storici dalla possibilità di applicare la loro interno le DIA, come sono verdi le norme che sottopongono alla valutazione preventiva della esistenza dell’interesse storico artistico gli immobili pubblici da alienare.

Verde è la resistenza contro l’inganno federalista che mina irreversibilmente i principi di governo unitario del territorio, separando e sottoponendo a potestà diverse elementi naturali e fisici non divisibili o separabili lungo confini amministrativi.

Scemano però le forze in campo, le forze del mattone e del cemento dilagano, scompaiono dalla scena alcuni degli uomini simbolo della battaglia per la tutela del territorio, del paesaggio e del patrimonio storico artistico della nazione. Con Antonio Cederna e Antonio Iannello vengono meno gli alfieri di questa battaglia.

La sinistra diessina presa in contropiede cerca di contrastare le iniziative dei verdi, contrappone proprie proposte di riforma urbanistica e giunge a rallentare per almeno due anni, durante il primo governo Prodi, l’iter della legge di riforma urbanistica perché intendeva attribuirne la competenza esclusiva alle regioni attraverso la modifica del titolo V della costituzione o, in caso ciò non fosse risultato possibile, di gestirla in proprio secondo la solita visione egemonica della politica.

Con queste premesse la riforma fallisce ancora una volta e i verdi non condividono la proposta della relatrice Lorenzetti, ritenuta insufficiente e troppo aperta alle deroghe e fondata su una non condivisibile contrattazione.

Con il ritorno del centrodestra al governo del paese ritorna un nuovo condono edilizio, diventato ormai strumento ordinaro di governo del territorio.

Questa volta solo i Verdi e le associazioni ( non tutte con la stessa determinazione) fanno una durissima opposizione ad una politica di un governo chiamato della “Casa abusiva delle Libertà” , solo i verdi tentano fino in fondo di impedire la svendita del patrimonio storico della nazione che costerà il posto al sottosegretari Sgarbi, solitario loro compagno di battaglia, ed è merito esclusivo dei verdi se viene bloccata al Senato la devastante proposta di legge Lupi.

Mentre nel paese importanti settori del mondo industriale si impegnano in attività finanziarie ed immobiliari, insieme e alla pari con personaggi espressione del mondo della rendita, i così detti immobiliaristi, scompare anche per ampi settori della politica e dell’impresa la distinzione fondamentale fra rendita e profitto di impresa e lavoro.

Il Berlusconismo dei bei tempi di Milano 2 diventa addirittura un modello positivo.

La P.di L. Lupi afferma Eddy Salzano è il “documento più espressivo del neoliberismo urbanistico” nel quale “si perseguiva l’obiettivo di privatizzare l’urbanistica”…”trasformandola in attività negoziale e contrattata con la proprietà immobiliare”. Quel progetto di legge che i verdi da soli hanno affossato ha trovato ampia condivisione in settori importanti del centrosinistra ed è anche stato trasposto in alcune leggi urbanistiche regionali.

Nello stesso tempo, mentre ormai viene meno nella sinistra ogni volontà di riforma intesa come restituzione al potere pubblico della pianificazione urbanistica e degli altri principi fondamentali che riconducono all’interesse generale il governo del territorio e alla necessità di sottoporre a tutela le parti fragili o costituenti gli elementi fondamentali del paesaggio, della natura o della storia della nazione nelle regioni, senza che venissero adeguatamente contrastate dai verdi, sono state approvate leggi che hanno consentito che anche in regioni a torto definite avanzate venisse realizzata la più grande e volgare opera di cementificazione del territorio.

Le Monticchiello o le Romilia e le infinite altre iniziative immobiliari avanzano ovunque e non si vedono adeguate resistenze, essendo troppo attratte le residue attenzioni sul territorio da altre emergenze, quali gli inceneritori o altre interventi di analogo tipo.

Gli stessi comitati che sono nati ovunque sul territorio per contrastare le opere sbagliate previste ogni dove e che non riconoscono nelle espressioni politiche tradizionali la propria rappresentanza, quasi mai si occupano degli scempi urbanistici con la stessa intensità ed efficacia con cui si dedicano ad interventi che influiscono sulla salute, sull’aria e sul clima, fatti salvi alcuni luoghi nei quali ancora alcune presenze verdi si uniscono idealmente con esponenti del mondo della cultura.

I verdi non sono più protagonisti delle proposte di riforma e nello stesso tempo non si mostrano capaci di contrastare come si dovrebbe quanto di peggio sta emergendo .

La più perniciosa iniziativa devastante è senza dubbio il disegno di legge Capezzone-Bersani, approvato alla Camera e non contrastato dai verdi.

Con la scusa della semplificazione e dello sviluppo economico ogni tipo di attività economica e produttiva, capannoni, banche, alberghi, attività commerciali, ipermercati ecc potrà essere costruita sulla base di una semplice domanda.

Se l’operatore economico decidesse di costruire il proprio immobile in area agricolao in altra area non destinata a quello scopo niente paura, dopo una conferenza di servizi da lui stesso convocata sarà approvata una bella variante.

E’ la soluzione finale per il nostro territorio, come se non bastasse quello che le regioni e i comuni hanno fatto in questi ultimi anni nei quali migliaia di ettari al giorno di terreno agricolo scompaiono per sempre ricoperti da quella che Cederna chiamava repellente crosta di cemento e asfalto.

E i verdi dove sono ?

Da altre parti forse, impegnati in altre emergenze, ma quello che emerge è che anche fra loro sono ormai pochi quelli rimasti ad occuparsi di territorio ed urbanistica.

Nelle Università l’urbanistica come azione di governo di natura pubblica è scomparsa, nelle regioni e nei comuni i nuovi esponenti politici si trovano a fare i conti con una cultura diffusa ed egemone di urbanistica “di mercato” che non ha neppure più luoghi di discussione pubblica, nelle associazioni ambientaliste la “questione urbanistica”gode di spazi sempre più ristretti.

Una stagione sembra definitivamente finita e dire che a fronte di un dilagante e pervasivo sprawl edilizio i verdi poterebbero farsi portatori della proposta di legge di tutela del territorio agricolo che Gigi Scano predispose per Italia Nostra nonché del progetto di rinnovo delle periferie urbane avanzato dal ministro verde che per riuscire ha bisogno di una forza politica che sappia raccogliere il testimone di una battaglia di civiltà da altri abbandonata perché ormai hanno assimilato le stesse idee del capo della casa abusiva della libertà.

Roma, 18 giugno 2007

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