ANCORA UN APPELLO AL PRESIDENTE NAPOLITANO IN DIFESA DEL MINISTERO DEI BBCC

31 luglio 2014 di Verdi Forlì Nessun commento »

fegio 2
Signor Presidente,
le scriventi Associazioni desiderano porre alla Sua attenzione lo stato in cui versa il Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo.
Da più di un anno, dovendo applicare le norme dettate dalla spending review per i ministeri, si cerca di utilizzare questo necessario passaggio con una pretesa “riforma” globale che in realtà rende la struttura di governo sempre più elefantiaca e farraginosa, con un aumento vertiginoso dei posti dirigenziali al centro, senza alcuno snellimento burocratico né effettivo risparmio, come invece imporrebbero i tempi.
Essa in realtà smantella il sistema storicamente collaudato delle soprintendenze (non a caso quotidianamente sotto tiro) e dei musei connessi al loro territorio. Prevale in essa non l’idea di razionalizzare e promuovere correttamente la capillare rete museale (statale, civica, ecclesiastica, ecc.), bensì quella di selezionare alcuni musei dai quali illusoriamente (come dimostrano i bilanci passivi di grandi musei quali il Louvre o il Metropolitan) spremere chissà quali profitti.
Con ciò si confonde in modo pericolosissimo la “materia prima” dei beni culturali e ambientali (siti, musei, centri storici, paesaggi, ecc.) con l’indotto economico del turismo, palesemente caro e disorganizzato. Anzi facendo prevalere la logica economica di quest’ultimo sul valore culturale, educativo, quindi non misurabile del secondo.
Altre minacce vengono al già tanto intaccato e violato paesaggio dalla perdurante assenza di norme incisive per ridurre un consumo sempre più folle di suolo e di paesaggio, da un imminente decreto slocca-licenze edilizie che dà spazio all’autocertificazione riducendo i controlli e dal recentissimo decreto che infirma – in violazione dell’art. 9 della Costituzione – i poteri di tutela dello Stato, quindi delle Soprintendenze, sul paesaggio. Il tutto per decreti legge o decreti del presidente del Consiglio dei ministri (DPCM) e non attraverso riforme generali meditate, razionali, tecnicamente fondate.
Nel frattempo, in attesa di questa normativa improvvisata, inapplicabile e non condivisa, che tante polemiche suscita e che produrrà soprattutto caos e frustrazione, si lascia morire la struttura, con posti vacanti da oltre un anno e risultati nella gestione del territorio che lasciamo immaginare.
Solo qualche esempio tra tutti per quanto riguarda le sedi vacanti:
la Direzione Generale per il paesaggio, le belle arti, l’architettura e l’arte contemporanee, uno dei centri nodali per la tutela, è vacante da dicembre, l’interim è stato bandito a giugno, ma non risulta espletato;
la Direzione Generale per gli Archivi, dall’inizio dell’anno;
la Direzione Generale Antichità, è formalmente scoperta da febbraio, il posto bandito a maggio, ma non espletato, nel frattempo si ipotizza un interim;
varie direzioni regionali, tra cui Friuli, Marche ed Abruzzo;
le soprintendenze archeologiche di Abruzzo, Marche, Molise, Sassari, più vari altri posti dirigenziali del settore;
la Reggia di Caserta, per cui si era ipotizzato un commissario;
numerose soprintendenze architettoniche, storico-artistiche e archivistiche, varie biblioteche nazionali.
Nel frattempo è arrivata la Direzione Generale del Turismo, ma senza posto in organico, trattenuto dalla Presidenza del Consiglio e bisogna registrare tra l’altro un gravissimo ritardo nel Progetto Pompei, malgrado la struttura commissariale ad hoc, assai dispendiosa, tra l’altro.
In questo frangente si avvia una riforma radicale con uno strumento come un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM), mentre potevano essere operati accorpamenti tra le direzioni regionali vacanti, per soddisfare le norme dettate dalla spending review, con qualche altra riduzione sul territorio, per esempio tra le strutture di più recente istituzione ma che non corrispondono ad una reale necessità sul territorio, e restaurare l’esistente, coprendo i posti vacanti per permettere un buon funzionamento degli uffici, senza smantellare quello che esiste.
Se invece è questa ultima ipotesi che si vuole attuare, ebbene, si agisca di conseguenza, senza lasciare il personale nell’impossibilità di lavorare, dato che non si sa in molti casi a chi far riferimento.
Signor Presidente, ci appelliamo a Lei per uscire da questo stato di incertezza angosciosa e perniciosa per il personale e per tutto il settore dei Beni Culturali, che noi pensiamo ancora di primaria importanza per il Paese
Con osservanza.

Assotecnici, Irene Berlingò
Ass. R. Bianchi Bandinelli, Vezio De Lucia
Comitato per la Bellezza, Vittorio Emiliani

CERVESE , PERCHE’ NON SI FA LA CICLABILE ?

31 luglio 2014 di Verdi Forlì Nessun commento »

pista ciclabile

Sulla stampa locale leggiamo con interesse della pista ciclabile che lungo la
via Cervese dovrebbe collegare Forlì al mare.

Peccato che quanto riportato nei titoli non corrisponda alla realtà.

Infatti da quanto emerge dalle spiegazione dei tecnici è certo che la pista
ciclopedonale reserà un desiderio, che non è stata né progettata, né pensata, né finanziata e che
non c’è nessuna intenzione di affiancare al nastro di asfalto dedicato ad auto e camion attualmente in corso di realizzazione
una pista ciclabile quanto mai necessaria .

Ancora una volta gli utenti deboli della strada abbandonati a se stessi e se i
cittadini decidono di andare a piedi o in bici si arrangino.

Cuesto è un fatto molto grave, mentre per il tratto Ospedaletto via Costanzo

secondo il riammodernamento ha portato a un sensibile migliormanto delle
condizioni di sicurezza, nel nuovo cantiere si allargherà solo la sede stradale e ciò comporterà solamente un incremento della
velocità senza pensare a ciclisti e pedoni.

Chiediamo con questa nota che il Comune di Forlì agisca in ogni sede perchè il
tratto da Bagnolo a Carpinello venga messo in sicurezza con un adeguato percorso

ciclopedonale almeno su un lato.

E’ appena il caso di mettere in evidenza che nel tratto di competenza della provincia di Ravenna la pista ciclabile
è stata realizzata nei tratti riammodernati : evidentemente la Provincia di Forlì non sa pensare affatto alla sicurezza degli utenti della strada

APPELLO AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA GIORGIO NAPOLITANO PER LA TUTELA DEL PAESAGGIO ITALIANO

22 maggio 2014 di Verdi Forlì Nessun commento »

capanni

APPELLO AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA GIORGIO NAPOLITANO PER LA TUTELA DEL PAESAGGIO ITALIANO
Nella Sua qualità di Presidente della Repubblica Italiana, Ella è intervenuto più volte e molto efficacemente per ribadire l’importanza fondamentale dell’articolo 9 della Costituzione che al secondo comma recita “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

In sede di approvazione del cosiddetto “Piano casa”, la Camera dei Deputati su proposta dei deputati PD, Stefano Collina (primo firmatario), Manuela Granaiola, Andrea Marcucci, Mario Morgoni, ha introdotto un emendamento che liberalizza la realizzazione di “case mobili” anche all’interno di campeggi e villaggi turistici. L’emendamento introduce una variazione all’articolo 3, lettera e.5 del “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia” (DPR 380/2001), facendo salvi dalle procedure ordinarie di rilascio di permesso di costruzione “i prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni, che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili, e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee”.

Campeggi e villaggi turistici, come noto, ricadono in prevalenza in aree costiere o in luoghi di grande pregio ambientale e anche se rimane (ci mancherebbe altro!) il parere delle Soprintendenze di Stato in materia paesaggistica, è evidente che aver liberalizzato la realizzazione di “case mobili” apre le porte per altre ignobili speculazioni edilizie.

Sottolineiamo anche che quell’emendamento è stato accolto all’interno di un testo di legge che riguardava l’emergenza abitativa ed è incomprensibile come il Governo abbia dato parere favorevole al suo accoglimento nonostante non abbia alcuna attinenza con quell’importante problema. Non si può infatti sostenere che la ripresa economica del nostro Paese e la soluzione dei problemi abitativi vengano aiutati da alcune volgari speculazioni edilizie camuffate dietro il paravento delle “case mobili”. Riteniamo invece, confortati dalle Sue parole, più volte ripetute, che la tutela dello straordinario paesaggio italiano è elemento decisivo per orientare le politiche di ripresa dell’economia in crisi.

Facciamo appello a Lei perché non avalli questo ennesimo assalto speculativo al paesaggio italiano e Le chiediamo di non firmare il decreto legge nella stesura che contiene l’emendamento in questione.

Appello promossa da:
Forum Salviamo il Paesaggio, difendiamo i territorio;

Primi firmatari:
Paolo Maddalena; Salvatore Settis; Paolo Berdini; Tomaso Montanari;
Edoardo Salzano, eddyburg;
Vittorio Emiliani, Comitato per la Bellezza;

Perchè il “come non era” è eversivo

22 maggio 2014 di Verdi Forlì Nessun commento »

torre modenesi
di GIOVANNI LOSAVIO 16 Maggio 2014

L’ntervento all’iniziativa di Mirandola 4 maggio 2014 sulla ricostruzione post-terremoto e le ragioni, di merito e di diritto, per cui non si può parlare di restauro se non è “come era”(m.p.g.)
Non è mai accaduto, io credo, che si sia andati in piazza per rivendicare il restauro. Lo abbiamo fatto oggi, convocando questa assemblea, possiamo dire di popolo?, convinti che per il patrimonio storico e artistico colpito in Emilia dal sisma del maggio 2012 il restauro sia l’unica cura possibile, perciò doverosa. Doverosa perché prescritta dalla vincolante disciplina del codice dei beni culturali e del paesaggio. E perché convinti che il modello di intervento del dove era ma non come era, coltivato e annunciato anche in sede responsabile (o comunque prospettato come una ipotesi da considerare), non sia il restauro prescritto dal codice. E paradossalmente quel modello, ove fosse adottato, escluderebbe la competenza istituzionale delle soprintendenze che sono addette alle sole misure conservative analiticamente descritte nell’art. 29 del codice.

Per gli interventi innovativi cessa, vien meno, la competenza istituzionale di tutela e anzi il libero intervento postula, a rigore, la revoca del vincolo conservativo. Cercherò di spiegarmi. Anche, anzi Innanzitutto, dalla culturetta accademica del restauro innovativo e attualizzante, non è stata ancora registrata la principale novità del codice del 2004 – 2008. Il codice non solo ha enunciato esplicitamente le finalità della tutela essenzialmente conservativa, che erano rimaste implicite nella asciutta e gloriosa legge 1089 del 1939, ma ha dettato le prescrizioni vincolanti sui modi attraverso i quali quelle finalità sono perseguite.

Non credo che sia una constatazione originale: la legge del 1939 (rimasta in vigore fino al testo unico del 1999, quindi sessant’anni) non pronuncia in alcuna delle sue disposizioni la parola “restauro” e si affida alla discrezione tecnica e alla cultura del soprintendente per il controllo, l’approvazione, dice così, delle “opere” che incidono sul bene di riconosciuto interesse storico e artistico. Lo fa nella presupposizione che sia compito riservato alla cultura elaborare principi e criteri della tutela e che i funzionari addetti, i soprintendenti, si alimentino di quella cultura. Con risultati di ampia discrezionalità in pratica incontrollabile, il cui esercizio sfugge a verifiche di legittimità, rimanendo esposto al solo giudizio e alla eventuale sanzione di riprovazione della opinione pubblica colta. Ricordiamo le preoccupazioni manifestate da Cesare Brandi per la arbitrarietà della prassi dei restauri da lui diffusamente constatata.
Il codice ha invece intenzionalmente ristretto quell’ambito di discrezionalità e ha dettato stringenti prescrizioni di conservazione del patrimonio culturale, che vuole assicurata da coerente, coordinata e programmata attività di studio, prevenzione, manutenzione e infine restauro. E intende il restauro come l’intervento sul bene attraverso un complesso di operazioni finalizzate alla integrità materiale e al recupero del bene, alla protezione e alla trasmissione dei suoi valori culturali. E nelle zone a rischio sismico il restauro comprende l’intervento di miglioramento strutturale. La tutela non può esprimersi dunque che attraverso prevenzione, manutenzione e restauro. Il restauro è diretto ad assicurare la integrità materiale e il recupero del bene così come è stato riconosciuto di interesse culturale.

Recupero, secondo il significato proprio della parola (che è il primo criterio di interpretazione delle norme), presuppone la perdita della integrità materiale del bene, che appunto deve essere ricostituita nell’assetto preesistente in considerazione e ragione del quale il bene è stato riconosciuto di interesse culturale, perché i suoi propri valori possano essere trasmessi. Le competenze della tutela, e dei suoi operatori addetti, sono oggi rigorosamente circoscritte, si esercitano, torniamo a dire, nei soli modi di prevenzione, manutenzione e restauro e non è data alternativa al recupero della integrità materiale perduta. Il modello dell’intervento non può non essere il bene come era nel momento della subita perdita della sua integrità. Non è concettualmente dato un diverso modello dell’intervento, perché la competenza di tutela è meramente conservativa e non dispone di alcun criterio obbiettivo e verificabile per opere innovative. Come sono gli innesti modernizzanti sulle strutture del bene sopravvissute all’evento traumatico, voluti e concepiti nella ambizione sbagliata di conferire diversi e arbitrari significati al bene danneggiato e perfino dettati dalla considerazione cinica dell’evento drammatico come la opportunità data a manipolazioni dirette alla pretesa attualizzazione del bene culturale, contro la sua identità storica. Una attitudine che riflette a ben vedere la insofferenza dei confini concettuali posti alla funzione del restauro, subìti come costrittivi della libera progettualità. Ma la libera progettualità si esprime in un altro mestiere che non sia quello del restauratore.

Insomma la formula accreditata impropriamente dalle stesse istituzioni territoriali della tutela (pur come ipotesi da considerare e la incertezza della determinazione definitiva al riguardo non è l’ultima ragione dei ritardati interventi fino ad ora limitati, a due anni dal sisma, alla messa in sicurezza, neppur completata), quella formula contrasta con il vincolante modello normativo di restauro – recupero per la ragione che l’intervento che rifiuti il modello del bene nella sua preesistente integrità (che non sia motivato dalla esigenza del miglioramento strutturale) è espressione di quella discrezione libera e incontrollabile che il codice ha inteso sottrarre agli operatori della tutela perché contrasta con la finalità conservativa dei valori culturali propri del bene. Neppure è dunque concettualmente ammissibile condizionare la praticabilità del restauro alla entità dei danni, alla misura della struttura superstite (la metà, un terzo, un quarto?), per escludere in ogni caso il ripristino quando i danni, si dice, siano stati totalmente distruttivi, che tali non sono (come è stato constatato) neppure nel caso estremo della Torre dei Modenesi a Finale Emilia che ha conservato non solo la struttura di impostazione – radicamento nel suolo ma ha rivelato ai più recenti sondaggi la preservata e fino ad oggi non conosciuta cella ipogea.

Mentre la esigenza della rigorosa ricostruzione (secondo l’unico obbiettivo modello disponibile che sta nel bene prima del sisma) trova una ulteriore insuperabile ragione se l’edificio è elemento compositivo, parte integrante di un complesso insediamento storico: la continuità del tessuto edilizio non tollera lacune o inserti incoerenti e il risarcimento nei modi del restauro – ripristino di ogni suo autentico elemento compositivo è dovuto in funzione della integrità del centro storico come unitario monumento urbano. Lo dispone la vigente legge urbanistica della regione Emilia Romagna e lo dispongono i vigenti strumenti urbanistici dei Comuni, adeguati alla legge regionale, attraverso una matura disciplina di tutela degli insediamenti storici idonea a far fronte anche a eventi come il sisma straordinari, che incidono diffusamente sulla integrità del patrimonio urbano. La ipotesi, chiamiamola così, del dove era ma non come era (dunque una ricostruzione senza principi anzi eversiva dell’ordine costituito della tutela come definito nel codice dei beni culturali) non avrebbe trovato alcun sostegno, anzi un esplicito divieto nella più matura e vigente disciplina urbanistica.

Ma contro la vantata tradizione di tutela dei suoi centri storici la Regione Emilia Romagna si è data nel dicembre 2012 una apposita legge speciale di ricostruzione che cancella nei comuni colpiti dal sisma la virtuosa normativa di piano regolatore e libera dalla regola del ripristino filologico gli edifici crollati o gravemente danneggiati dal terremoto (la regola che invece varrebbe per ogni altro evento distruttivo!). Italia Nostra già lo ha con preoccupazione segnalato: la legge di ricostruzione pianifica l’abbandono della vigente ordinaria buona urbanistica e sul cattivo modello della legge speciale dell’immediato ultimo dopoguerra affida ai piani di ricostruzione la facoltà di riprogettare radicalmente anche nel disegno degli isolati e della trama viaria gli insediamenti storici che rischiano così di smarrire la loro secolare identità, anche attraverso la delocalizzazione di funzioni essenziali e vitali dai nuclei urbani originari.

Di fronte alla Regione Emilia Romagna che sembra rinnegare la tradizionale politica di salvaguardia dei tessuti urbani storici non rimane allora che fare affidamento sulla responsabilità degli amministratori comunali, altrimenti gelosi degli originali caratteri che attribuiscono ai luoghi di vita delle loro comunità una insopprimibile identità; e dunque consapevoli che dell’eversivo strumento del piano di ricostruzione si impone un impiego del tutto eccezionale e in ogni caso circoscritto a quelle porzioni dell’insediamento che in tempi recenti fossero state gravemente alterate da interventi di trasformazione incompatibili con i principi di tutela della morfologia urbana storica.
Certo è che nei piani di ricostruzione, in questi mesi messi in cantiere, il modello del dove era ma non come era per il patrimonio culturale offeso dal sisma non potrà trovare la legittimazione che a quel modello crediamo sia fermissimamente negata dal codice dei beni culturali e del paesaggio.

L’ONORE RESTITUITO A MAURO ROSTAGNO

20 maggio 2014 di Verdi Forlì Nessun commento »

rostagno

L’ONORE RESTITUITO A MAURO ROSTAGNO
di Marco Boato

La notte del 15 maggio, alle ore 23.38, la Corte d’assise di Trapani, presieduta da Angelo Pellino (giudice a latere Samuele Corso) ha pronunciato una storica sentenza. I mafiosi, Vincenzo Virga, mandante, e Vito Mazzara, esecutore, sono stati condannati all’ergastolo per aver ucciso Mauro Rostagno il 26 settembre 1988 a Lenzi di Valderice, a poche centinaia di metri dalla Comunità Saman, mentre rientrava dal quotidiano impegno giornalistico alla televisione trapanese Rtc. Il grande scrittore tedesco Heinrich Böll avrebbe intitolato: “L’onore restituito a Mauro Rostagno”. E tutto questo a quasi 26 anni dall’assassinio di un uomo, che aveva dedicato la sua intera vita all’impegno politico, sociale e civile. Laureato in Sociologia a Trento, del cui Movimento studentesco negli anni ’60 e soprattutto nel biennio ’68-69, fu un leader di fama italiana ed europea, Rostagno aveva poi partecipato ai movimenti collettivi nella Milano e nella Palermo degli anni ’70, aveva promosso l’esperienza del “Macondo” a Milano, aveva vissuto in India l’esperienza “arancione” e aveva fondato all’inizio degli anni ’80 la Comunità Saman vicino a Trapani. Negli ultimi anni della sua breve, ma intensissima vita aveva abbracciato l’impegno giornalistico televisivo, dedicando tutte le sue energie a denunciare la mafia trapanese, la corruzione politica, gli intrighi massonici. Rostagno aveva dato vita, con le sue sole inesauribili energie intellettuali e civili, ad una sorta di “risveglio civile” della città di Trapani, dove una magistratura imbelle, insieme a discussi appartenenti all’arma dei carabinieri, negavano addirittura l’esistenza della mafia stessa. Rostagno fu un autentico “eroe civile”, privo di qualsiasi prudenza opportunistica e di qualsiasi vigilanza personale. Ha pagato con la sua vita questo suo esporsi quotidianamente, questa sua denuncia ininterrotta, questa sua capacità di scavare nelle viscere immonde e di informare quotidianamente quei trapanesi, che nelle sue parole di ogni giorno avevano cominciato a ritrovare la dignità di cittadini e il coraggio civile, prima ancora che politico. Aveva conosciuto Giovanni Falcone e Leonardo Sciascia, aveva affrontato a viso aperto i mafiosi occulti, che decretarono la morte di quest’uomo coraggioso, generoso e inerme. Nell’orazione funebre che i familiari mi incaricarono di pronunciare in occasione del suo funerale, di fronte a migliaia di trapanesi, avevo ricostruito la sua straordinaria vita, stroncata per mano assassina di mafia. La matrice dell’omicidio fu subito riconosciuta dalla polizia di Stato, ma fu disconosciuta dalla magistratura di Trapani e dai carabinieri locali, che iniziarono un’opera di depistaggio, culminata nell’ignominia dell’arresto, nel 1996, della sua compagna Chicca Roveri, con l’accusa infame e infamante di essere complice dell’omicidio di Mauro. Per la giovanissima figlia Maddalena fu come se avessero ucciso Mauro una seconda volta. La montatura giudiziaria si dissolse nel nulla (e nessuno pagò per questo). Solo anni dopo – anche grazie alla campagna dell’associazione giovanile “Ciao Mauro” – l’inchiesta fu riaperta dalla Procura antimafia di Palermo, col pm Ingroia, e portò finalmente al rinvio a giudizio dei mafiosi Virga e Mazzara. Ci sono voluti più di tre anni di processo in Corte d’Assise, con i pm Gaetano Paci e Francesco Del Bene a reggere l’accusa, per arrivare infine alla sentenza di condanna, grazie ad una Corte d’assise attenta e scrupolosa, incurante del fatto che a sorreggere la difesa dei mafiosi fossero stati reclutati addirittura due carabinieri ex-comandanti del Ris di Parma, Garofalo e Capra. Sono state fatte le perizie balistiche mai prima disposte, sono stati analizzati i resti di Dna mai prima ricercati, sono state trovate le prove schiaccianti delle responsabilità mafiose nell’assassinio di Mauro Rostagno. Con la sentenza di condanna è stata disposta anche l’apertura di una indagine su dieci testimoni falsi o reticenti.
Una sentenza storica, che finalmente ha reso giustizia alla memoria di Mauro Rostagno e ha dato ragione all’instancabile desiderio di verità di Chicca Roveri e Maddalena Rostagno. La giustizia è arrivata tardi, molto tardi (26 anni!), ma è arrivata. Ora è necessario che la Commissione parlamentare antimafia indaghi anche sulle responsabilità politiche e istituzionali dei tanti depistaggi, aprendo un’indagine parlamentare. Ed è anche necessario che alla figura di Mauro Rostagno venga reso quell’onore, di cui era stato privato in modo davvero ignobile. Potrebbe cominciare l’Università di Trento, dedicando un’aula a quest’uomo che da Trento ha iniziato il suo lungo percorso. Potrebbe farlo anche il suo comune di nascita, Torino, dove da anni molti cittadini chiedono che gli sia intitolato un ponte. Potranno continuare Palermo e Trapani, in quella Sicilia che Mauro ha tanto amato e a cui ha dedicato la sua vita e la sua morte.
Marco Boato